Il Principe
- Bentornato Signor Principe! È un vero onore poterla nuovamente ospitare.
Disse la receptionist con esagerato sussiego e poi chinando il capo sin quasi a poggiare il naso sul banco.
Amedeo sorrise: era cliente dell’albergo da abbastanza per accettare che si scherzasse sul suo cognome. Anzi, ricordò di essere stato proprio lui a cominciare, la prima volta in cui vi aveva soggiornato. Ricordò che la donna, sempre lei (non altissima e poco appariscente, trucco talmente discreto e ben fatto da sembrare inesistente, capelli neri corti senza che ce ne fosse uno fuori posto, età indefinibile tra i venticinque ed i quarantacinque, ma comunque bella: una donna di gran classe) la prima volta che le presentò i documenti rimase leggermente interdetta, non sapendo se permettersi o no una battuta. Fu lui a rompere il ghiaccio scherzando per primo:
- In un albergo che porta il mio nome è ovvio che mi aspetto un trattamento di alto riguardo.
L’albergo si chiamava infatti “Principe Amedeo”, proprio come lui. Da allora, in occasione di ogni suo soggiorno era stato accolto con qualche scenetta scherzosa.
Rialzando la testa e riacquistando un tono più confidenziale, gli porse la chiave:
- Ecco a lei, la solita camera. Buon soggiorno.
- Grazie Manuela, buonasera a lei.
In camera, il suo primo pensiero, prima ancora di spogliarsi o disfare la valigia o fare una doccia, fu inviare un SMS, il solito laconico ma irrinunciabile SMS che inviava ogni volta che tornava a Verona : “ sono qui “.
La risposta non tardò, altrettanto laconica: “aspettami dopo cena”
Non riusciva più a farne a meno: appena tornava nella città dove era nato e cresciuto – che cosa curiosa tornarci per lavoro e dormire in albergo – era preso dall’ansia e non vedeva l’ora di incontrarla. Magari nei mesi in cui stava a Torino riusciva anche a non pensarci, ma appena metteva piede in riva all’Adige fremeva al solo pensiero di ciò che lo aspettava e che desiderava.
Carla era la sua ex moglie, o per la precisione sua moglie, visto che, anche se da circa due anni ormai viveva lontano da lei, ufficialmente non erano né separati né divorziati. Il motivo ufficiale del distacco era stato il suo trasferimento a dirigere la sede di Torino dell’azienda per cui lavorava, e questo era anche il motivo ufficiale dei suoi viaggi a Verona ogni due o tre mesi.
In realtà le cose stavano diversamente. Fidanzamento e primi tre anni di matrimonio con Carla erano stati quanto di più usuale accade in una coppia: si amavano, andavano d’accordo, condividevano molti gusti: una coppia davvero affiatata.
Poi un giorno lei gli presentò Giulio
- Il mio fidanzato.
- Ma come sarebbe……. Fidanzato? Ma tu sei sposata! Io sono tuo marito!
- Appunto! Tu sei mio marito, ma io ho bisogno di avere anche un fidanzato.
La cosa gli sembrava tanto assurda quanto drammatica.
- Vuol dire che vuoi divorziare?
Le chiese spaesato.
- Oh, no. Non ne ho la minima intenzione. Come marito vai benissimo tu, lui lo terrò come fidanzato.
Non capiva. Improvvisamente ricordò un libro letto di recente in cui un giornalista era l’amante di una sua collega ed il marito di lei era perfettamente a conoscenza della cosa e tranquillamente consenziente, tanto da concederle di passare, quando lo desiderava, una o più notti col suo amante senza dover inventare scuse: semplicemente avvertendolo.
C’erano però almeno due importanti differenze: la vicenda del libro si svolgeva in Svezia e, soprattutto, si trattava di un romanzo. Quello che stava vivendo era invece terribilmente reale.
Reagire violentemente? Non era nelle sue abitudini e poi, conoscendo la testardaggine di Carla, sapeva che poteva solo peggiorare la situazione. Metterla di fronte ad una scelta aut aut? Temeva, almeno in quel momento, di essere perdente.
La reazione più praticabile gli sembrò quella di incassare con stile, fingendo un’apertura mentale che non gli era del tutto propria, con la segreta speranza che si trattasse solo di un capriccio momentaneo.
- Sai quanto ti amo, Carla, e piuttosto che perderti preferisco dividerti, anche se a malincuore: mi stai davvero uccidendo facendomi questo. Apprezzo quantomeno il fatto che tu abbia voluto apertamente informarmi invece di tradirmi di nascosto.
- Amedeo, sai bene anche tu che io preferisco sempre la franchezza all’inganno, e poi, come farei a nasconderti che Giulio verrà a vivere a casa nostra?
Aggiunse ridendo.
Altra doccia ghiacciata.
- A casa nostra?
- Certo, io e Giulio staremo in camera da letto e per te provvederemo mettendo un lettino nello studio……
Fece una pausa ben studiata, spacciando, con la sua angelica cattiveria, come idea nata in quell’attimo un piano studiato invece accuratamente.
- Anzi, ascolta cosa ho pensato: metteremo il tuo lettino in camera da letto, così nulla di quello che faremo ti sarà nascosto: vedrai e sentirai tutto!
Non riusciva a capire il perché di quella malvagità. Se non lo voleva più perché non lo lasciava? Perché continuare ad averlo come marito e poi umiliarlo facendogli assistere mentre scopava col “fidanzato”? Forse il suo appagamento era proprio quello: infliggergli l’umiliazione per perfidia. Era abbastanza sicuro che Carla non lo facesse per odio nei suoi confronti, solo che provava piacere nell’essere cattiva e fargli del male. Tanto è vero che giorni dopo, avendo lui preso l’abitudine di alzarsi ed andare in bagno durante le performance notturne di Carla e Giulio, lei glielo impedì, legandolo ogni sera al lettino.
Quando capì che la strada intrapresa da Carla era senza ritorno, riuscì a farsi trasferire alla filiale di Torino fingendo però che qual trasferimento fosse imposto dall'azienda. Allontanarsi gli sembrò l’unica soluzione ormai possibile.
Ma perché quando, di tanto in tanto, doveva inevitabilmente tornare a Verona per lavoro, fin dalla prima volta che lo fece sentì il bisogno insopprimibile di chiamarla, di vederla?
E perché accettò, pur di incontrarla, di concederle di dominarlo, di farsi suo schiavo per le notti che lei veniva a trascorrere con lui in albergo? Non si diede molta pena a cercare una risposta a queste domande, la sottomissione era il prezzo per poterla vedere e accettava di pagarlo perché non poteva farne a meno.
Come tutte le altre volte, più si avvicinava l’incontro, più si agitava ansioso. Si spogliò, si fece la doccia, lesse un po’, ricontrollò sul portatile alcuni documenti per la riunione dell’indomani, navigò un po’ in internet ed infine scese a cenare: la consueta cenetta leggera e subito risalì in camera con l’ansia che ormai lo pervadeva tutto.
Carla non si fece attendere a lungo, come al solito partì senza convenevoli e preliminari vari, subito al sodo: lo fece spogliare e stendere sul letto, gli disse di mettere mani e piedi dietro la schiena e glieli legò strettamente. Era esperta di legature, sembrava che non avesse mai fatto altro e lui si chiese se davvero Carla non praticasse da anni quest’attività a sua insaputa. Per finire gli bendò strettamente gli occhi.
Solo che, dopo averlo incaprettato, lo guardò e scosse il capo con una smorfia di disprezzo.
- Mi dispiace, ma stasera ho l’impressione che tu non sia affatto ben disposto. Ti vedo nervoso ed agitato, faresti soltanto casino ed io non ho per niente voglia di sprecare una nottata ad innervosirmi con te. Meglio che vada via.
Riprese le sua cose e si avviò verso la porta; prima di uscire disse:
- Provvederò a farti liberare domani mattina.
Che scherzo del cavolo! Che bastarda! Lo lasciava legato per tutta la notte e poi…l’indomani da chi lo avrebbe fatto liberare? Chi lo avrebbe trovato in quelle condizioni? Che umiliazione, che vergogna; cosa avrebbe potuto raccontare?
Perché di questo era certo: Carla aveva detto che avrebbe provveduto a farlo liberare, non che sarebbe tornata a liberarlo. Le sue parole erano inequivocabili. E lei non aveva mai minacciato a vuoto.
Fu la notte più angosciosa che gli avesse mai fatto trascorrere: al confronto le sedute che aveva subito nei mesi scorsi, pur umilianti e dolorose, gli sembravano piacevoli, dato che poi al mattino finivano salvando la sua rispettabilità agli occhi degli altri. La sottomissione rimaneva un segreto tra lui e Carla, stavolta invece, con una cattiveria mai dimostrata prima, stava rendendo pubblica la sua condizione.
Bendato com’era non si rendeva neanche conto del trascorrere del tempo, dormire ovviamente non era stato per niente possibile, a slegarsi non ci provò nemmeno, sapeva bene che ne avrebbe ottenuto solo profonde abrasioni a polsi e caviglie. Ad ogni rumore trasaliva temendo l’apertura della porta, finché udì veramente il rumore giusto e capì che stavolta era la sua porta che stavano aprendo.
- Oh mio Dio!
Udì da una voce femminile e poi sentì dei passi avvicinarsi e qualcuno gli calò finalmente la benda. Pochi attimi per riabituarsi alla luce e vide la cameriera che aveva un’espressione che era un concentrato di stupore, divertimento ed imbarazzo al tempo stesso.
Imbarazzato da morire, avvampò di vergogna ed umiliazione.
- Che vergogna, che vergogna….
Piagnucolò,
- Sono vittima di uno scherzo atroce. La donna che era con me ieri sera mi ha coinvolto in questo gioco e poi se n’è andata via….
- Veramente è stata proprio lei a mandarmi su, mi ha detto di venirla ad aiutare perché aveva difficoltà ad alzarsi dal letto, ma non avrei mai immaginato che….. Comunque ora è nella hall. Mi ha dato questo per lei.
E posò sul comodino un biglietto, mentre cominciava a slegarlo.
Appena fu libero, si mise seduto, tirandosi il lenzuolo per coprirsi un po’, poi prese il biglietto.
Spero tu abbia passato una pessima notte. Anzi, sono certa di averti fatto stare veramente male. Ma il meglio viene ora: leggi bene cosa DEVI fare. Prega la cameriera di restare qualche minuto lì, poi infilati il dildo che troverai nel cassetto del comodino e fatti una bella sega! Falle vedere come ti schizzi tutto. Sono certa che non mi deluderai. Ti aspetto giù.
C.
Una pazzia! Veramente una richiesta folle! È vero, il dildo lo aveva infilato più volte, ed anche spesso gli aveva imposto di masturbarsi, ma sempre soltanto con lei! Certe cose erano sempre rimaste nell’ambito di intimità con lei che, anche assumendo il ruolo di padrona dominante, era pur sempre sua moglie. Ora gli chiedeva, per meglio dire gli ordinava, il biglietto era chiarissimo, di farlo in presenza di una ignara sconosciuta.
- Se non ha bisogno d’altro aiuto, io andrei.
Disse la cameriera. Lui la guardò: era una donna sulla cinquantina ma ben portata, né particolarmente bella, né brutta. Semplice ma con un certo contegno. Sebbene lui si fosse coperto sembrava ancora leggermente imbarazzata per quello che aveva visto. E non aveva ancora visto niente. Doveva decidersi, farlo o no? Decise che non toccava a lui decidere: aveva già deciso Carla e la decisione era che doveva farlo.
- Resti ancora qualche minuto, per favore. Devo fare una cosa ed ho bisogno che lei sia qui.
Gli disse gentilmente ma con un imbarazzo che sperava non fosse troppo evidente.
Aprì il cassetto ed estrasse il dildo, la vide trasalire, temette che scappasse via ed allora rapidamente lo inumidì con la saliva, si scoprì, si distese sul letto e se lo infilò nel culo.
- Ma cosa fa!
Urlò lei voltandosi e tentando di andarsene.
- La prego, resti solo qualche attimo, ho bisogno….
Farfugliò lui cominciando a masturbarsi.
- Ma che schifo! È pazzo? Dove crede di essere, in un motel di quarta categoria? Questo è un albergo per bene. Se vuole una puttana per le sue porcherie vada da un’altra parte! Qui non ci metta più piede, ha capito? Ora vado a denunciarla!
E corse fuori.
Che schifo! Si faceva schifo solo al pensiero di quello che aveva fatto. Costretto. Pensò che era stato costretto a farlo, ma perché? In fin dei conti non era stato costretto sotto minaccia o sotto ricatto. Carla glielo aveva ordinato, ma lui lo aveva fatto. Quale autorità aveva Carla perché lui si sentisse costretto a fare tutto ciò che gli ordinava? Lo capì subito: Carla era la Padrona. Lui aveva accettato che fosse la sua Padrona. E la Padrona è Padrona assoluta: quello che lei ordina va fatto e basta. Ma si faceva schifo, davvero tanto schifo.
Il trillo del telefono lo interruppe:
- Pronto.
- Sono io.
Scoppiò a piangere.
- Non ce l’ho fatta….. ci ho provato, l’ho pregata di restare ma è fuggita ed ora mi denuncerà.
- Non lo farà. L’ho attesa nel corridoio e l’ho fermata. Le ho parlato e l’ho tranquillizzata. A dire il vero si è calmata appena ha visto i due verdoni di mancia…. Ora sta tornando da te, così potrai continuare. Sbrigati.
Pochi attimi e la porta si riaprì.
- Non la denuncerò perché la sua signora, che è una vera signora e non capisco come faccia a stare con un porco pervertito come lei, mi ha pregato di non farlo. Mi ha spiegato che lei è un frocio esibizionista e che riesce a godere solo sfondandosi il culo con quel cazzo di gomma e facendosi guardare mentre fa le sue porcherie. Avanti, faccia quello che deve fare e si sbrighi, prima che mi venga da vomitare e me ne vada. Sono tornata perché mi fa davvero pena…
Non fu facile superare l’imbarazzo e neanche ingoiare quegli insulti, comunque si diede da fare e dopo un po’ riuscì a portare a compimento quello che gli aveva ordinato Carla. Dopo l’orgasmo si sentì ancora più sprofondare dalla vergogna quando la cameriera cominciò ad applaudirlo con evidente sarcasmo.
- Bravo! Veramente bravo! Si sente soddisfatto ora? Posso finalmente andarmene? E comunque non le venga in mente neanche lontanamente di provare a rifarlo. Anzi glielo ripeto: è meglio che in quest’albergo non ci metta più piede! Mai visto niente di più schifoso. Lei è un lurido verme perverso.
Come darle torto, anche se si era prestata grazie alle sapienti parole di Carla (e soprattutto ai duecento euro di mancia) aveva ragione: quello che aveva appena fatto era di uno squallore unico, era sceso ad un livello di degrado che mai avrebbe immaginato. Si alzò, si strappò via il dildo che aveva ancora infilato e andò a lavarsi. Era lì per una importante riunione di lavoro e si stava facendo tardi.
Quando scese nella hall, Carla non era più lì. Si volse verso il banco della reception e vide Manuela fargli un cenno. Si avvicinò.
- La signora è andata via: ha detto che non tornerà e di non chiamarla perché non è più interessata a lei.
- Capisco… comunque devo chiedere scusa per l’accaduto, sono imbarazzatissimo, io non volevo ma… è successo che…non doveva andare così…
La mano di Manuela gli bloccò il polso con una stretta inaspettatamente forte. Lui sollevò lo sguardo stupito ed incontrò gli occhi di lei che lo fissavano con una fredda intensità che però più che metterlo a disagio lo attraeva morbosamente.
- Non si scusi, non ce n’è bisogno. Ora ho capito tutto. Devo dire che pur ritenendomi un’esperta in materia non avevo mai sospettato nulla, mi ha davvero sorpresa signor Amedeo.
Un sorriso, ma un sorriso che non faceva niente per nascondere la malvagità che c’era dietro si disegnò sul suo viso. La stretta sul polso si fece ancora più forte e lo sguardo ora lo trafiggeva.
- Da ora mi prenderò cura personalmente di lei, signor Amedeo. Le organizzerò i suoi soggiorni in albergo come neanche immagina. Mi dedicherò personalmente a farle trascorrere nottate indimenticabili. E sarà un piacere. Un piacere immenso... Per me!
